Strange Art
Il lato insolito dell'arte
Artemisia Gentileschi e il trauma dello stupro
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Uno degli episodi più noti della vita di Artemisia Gentileschi è lo stupro, o meglio gli stupri, subiti da parte del pittore Agostino Tassi e il processo che ne seguì.

La ragazza era sicuramente molto dotata come pittrice e imparò i primi rudimenti dal padre Orazio Gentileschi, successivamente venne mandata a bottega appunto da Agostino Tassi che oltre ad insegnarle a dipingere si spinse un po’ troppo oltre. Del resto Tassi non era nuovo a queste cose e nel corso della sua vita subì diversi processi e finì diverse volte in prigione.

La vicenda è parecchio contorta e sembra che anche il padre di Artemisia abbia avuto un ruolo in tutto questo; e se è vero che denunciò il Tassi e lo fece arrestare, è anche vero che pochi anni dopo i due tornarono ad essere amici come se nulla fosse accaduto.

Senza voler fare analisi psicanalitiche o cose del genere, ho provato a cercare nella pittura di Artemisia Gentileschi un po’ di tracce di questo trauma e devo dire che non è stato difficile trovarne. Più in generale, anche alla luce di altre vicende a sfondo sessuale, si ha l’impressione che la ragazza avesse un rapporto quantomeno conflittuale con il sesso maschile.

Guardando ad esempio la tela con “Susanna e i vecchioni” del 1610 è facile trovare delle corrispondenze con le vicissitudini di Artemisia. Il soggetto è ripreso dalla Bibbia, esattamente dal libro del profeta Daniele. In sostanza la casta Susanna viene sorpresa mentre fa il bagno da due uomini, i due classici vecchi libidinosi, che la ricattano in questo modo: o lei si concede a loro, oppure loro diranno al marito di averla sorpresa con un amante. Alla fine la donna non accetta il ricatto e riuscirà comunque a provare la sua innocenza.

Secondo la tradizione l’uomo più giovane con i capelli neri, che non sembra per niente un “vecchione”, ha le sembianze di Agostino Tassi, lo stupratore. Facendo un piccolo raffronto con un ritratto di Orazio Gentileschi, l’altro uomo potrebbe raffigurare il padre di Artemisia, come del resto se confrontiamo la figura di Susanna con un autoritratto di Artemisia la somiglianza è abbastanza evidente.

Un parallelo simile si può fare anche con altre opere di Artemisia Gentileschi dove la donna più che vittima è carnefice. L’esempio più noto è rappresentato dalle due tele quasi identiche con “Giuditta che decapita Oloferne”, altro soggetto ripreso da un episodio biblico (tela 1, tela 2).

L’artista qui ferma l’attimo in cui Giuditta sta tagliando la testa al nemico addormentato. E’ una scena di estrema violenza, molto splatter, con schizzi di sangue ovunque. L’ancella aiuta attivamente la protagonista tenendo fermo Oloferne che si dibatte nell’inutile tentativo di salvarsi. Anche qui Giuditta, dalle forme generose, somiglia chiaramente ad Artemisia come appare da vari autoritratti: il pensiero va immediatamente al desiderio di vendetta per la violenza subita.

Giuditta e Oloferne è un tema ricorrente nella produzione di Artemisia, così come anche Susanna e i vecchioni. Ma ci sono diversi altri dipinti che in un modo o nell’altro possono far pensare allo stupro e alla voglia di rivalsa, mi riferisco ad esempio a “Giaele e Sisara”, altro dipinto ispirato ad un episodio dell’Antico Testamento simile a quello di Giuditta, dove si vede Giaele mentre sta per piantare un chiodo nella testa del nemico addormentato. Oppure “Corisca e il satiro” o le immagini di Lucrezia che mostrano esempi di donne che vengono insidiate dagli uomini.


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