Il dipinto di Delville mette Platone al centro di una scena carica di riferimenti esoterici e simbolici. Un’opera che continua a dividere e affascinare
Nel grande salone del Musée d’Orsay a Parigi c’è un dipinto che cattura lo sguardo prima ancora che se ne comprenda il significato. È “La scuola di Platone” di Jean Delville, un artista belga nato nel 1867, figura centrale del simbolismo europeo, pittore, scrittore e profondo conoscitore delle dottrine esoteriche. La sua opera è una tela imponente, costruita per colpire e per mettere in crisi lo spettatore.
La prima impressione è quasi destabilizzante. Platone appare vestito come un Cristo che predica, figura luminosa e ieratica. Intorno a lui ci sono dodici discepoli, un numero che richiama immediatamente quello degli apostoli, se non fosse che Delville li rappresenta completamente nudi, dai tratti volutamente androgini, e in alcuni casi raccolti in coppie dall’atteggiamento intimo, quasi lascivo. Sullo sfondo domina una natura ideale, un paesaggio classico ma irreale, una sorta di Eden senza tempo.
La domanda sorge inevitabile: perché questa scelta? Perché Platone come Cristo, e perché i suoi allievi rappresentati in questo modo? Le interpretazioni si muovono su due piani. La prima, più immediata, è quella della provocazione: un’opera volutamente irriverente, creata per mettere in crisi i riferimenti religiosi e morali del pubblico dell’epoca. Tuttavia, la seconda lettura affonda nelle convinzioni spirituali dell’artista e risulta ben più coerente.
Delville era affascinato dalla Teosofia e da altre correnti esoteriche che consideravano gli antichi esseri umani come creature ermafrodite, vicine alla perfezione divina. In quest’ottica, gli allievi androgini diventano un simbolo di purezza originaria, anime elevate che il pensiero di Platone guida verso la dimensione spirituale. Non è un caso che l’ambiente appaia paradisiaco, quasi sospeso in un tempo mitico.
Esiste poi un ulteriore livello di lettura, più radicato nella storia. Nell’antica Grecia l’amore omosessuale non era condannato e i legami tra maestro e discepolo avevano anche una dimensione affettiva e intellettuale molto stretta. Delville potrebbe aver scelto di portare questo elemento alle estreme conseguenze figurative, rendendo visibile ciò che la filosofia greca lasciava intuire.
“La scuola di Platone” resta così un dipinto che divide, interroga e continua a generare interpretazioni diverse. Proprio come le opere che non si limitano a essere guardate ma pretendono di essere comprese.
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