I tagli di Fontana non sono provocazioni ma varchi nello spazio. Un percorso tra storia dell’arte, simboli e idee per capirne il significato profondo
Parlare di Lucio Fontana significa affrontare uno dei casi più emblematici di quanto l’arte contemporanea possa essere fraintesa. Ancora oggi i suoi celebri tagli vengono spesso presi come esempio di un’arte difficile, distante, incomprensibile.
Per qualcuno rappresentano addirittura la prova che “chiunque” potrebbe fare lo stesso, come se il gesto fosse tutto e il pensiero non contasse. La reazione estrema avvenuta qualche anno fa alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, quando un visitatore arrivò a sputare su una sua opera, racconta bene la distanza che molti percepiscono.
Eppure, per provare a leggere davvero Fontana bisogna partire da un presupposto semplice: con i suoi tagli e i suoi buchi l’artista ha tentato di superare lo spazio della tela. Non per provocazione fine a sé stessa, ma per un’idea precisa di arte, legata alla ricerca dello Spazialismo e alla volontà di andare oltre i limiti imposti dalla superficie.
Nella storia dell’arte, il tentativo di “uscire dal quadro” non è nuovo. Nel Barocco lo si faceva attraverso la teatralità, con scene che sembravano continuare oltre la cornice. In altri casi il collegamento tra lo spazio del dipinto e quello dello spettatore avveniva tramite espedienti visivi: gli specchi di Velázquez nelle “Meninas” e nella “Venere allo specchio”, o ancora il gioco di rimandi dei “Coniugi Arnolfini” di Van Eyck, che due secoli prima aveva già intuito la forza di questo artificio.
C’erano poi artisti che rendevano tridimensionale il dipinto, aggiungendo elementi in rilievo per rafforzare l’illusione della realtà. Tutto lavorava nella stessa direzione: rompere il confine del quadro, avvicinare lo spettatore, ampliare la scena.
Fontana sceglie una strada diversa. Il suo taglio non imita la realtà, non allude a uno spazio ulteriore: lo apre davvero. Mette in comunicazione lo spazio davanti e quello dietro la tela, trasformando la superficie in una soglia. Non a caso, nel Manifesto dello Spazialismo, si legge: “Bisogna esorcizzare l’illusione superficiale dell’immagine sulla tela, conquistare lo spazio oltre la materia”.
È il passaggio dall’illusione al gesto concreto, dall’idea rappresentata all’azione compiuta. La differenza, in fondo, è la stessa che c’è tra chi racconta un gesto e chi lo compie davvero. E nel suo taglio, apparentemente semplice, Fontana apre un varco che chiede allo spettatore di interrogarsi, non di fermarsi alla superficie.
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