Tra i boschi sopra Varallo, un monte si trasforma in teatro sacro: cappelle affollate, statue vive e silenzi antichi guidano il cammino dei pellegrini di ieri e di oggi
Tra le colline del Piemonte, sopra Varallo Sesia, c’è un luogo in cui fede popolare e arte si intrecciano in modo quasi scenografico. Il Sacro Monte di Varallo è molto più di un santuario: è un intero racconto sacro costruito in pietra, affreschi e statue, pensato per far “entrare” i pellegrini nelle storie del Vangelo.
Con il termine Sacri Monti si indicano complessi devozionali diffusi tra Piemonte e Lombardia: percorsi in salita, costellati di cappelle, chiese ed edicole monumentali. A ogni tappa corrisponde un episodio della vita di Cristo o dei santi, da meditare camminando, un po’ come una Via Crucis dilatata nello spazio.
Il Sacro Monte di Varallo Sesia è il più antico e il più importante di questi percorsi. Qui l’idea non era solo costruire un santuario, ma ricreare una vera “città sacra” in miniatura, capace di evocare i luoghi della Terrasanta per chi non poteva permettersi un pellegrinaggio a Gerusalemme.
Il progetto nasce nel 1481 grazie al frate francescano Bernardino Caimi, che aveva vissuto a lungo in Terra Santa. Tornato in Italia, decide di dare forma a un’idea radicale per l’epoca: offrire ai fedeli un pellegrinaggio “in loco”, senza pericoli, costi e rischi legati al viaggio in Oriente, allora sotto dominio turco.
Su una altura sopra Varallo viene quindi pianificata la “Nuova Gerusalemme”: cappelle che raccontano i misteri della vita di Gesù e di Maria, collegati da un percorso che accompagna passo dopo passo il visitatore. Non si tratta solo di immagini da contemplare, ma di vere scene costruite come piccoli palcoscenici.
Nel tempo, il complesso si arricchisce: una grande basilica, quarantacinque cappelle, migliaia di figure affrescate e circa ottocento statue in terracotta a grandezza quasi naturale. L’effetto, ancora oggi, è quello di un’immersione totale in una “sacra rappresentazione” all’aperto.
A dare un’impronta decisiva al Sacro Monte di Varallo è soprattutto Gaudenzio Ferrari, artista originario della zona. Nei primi decenni del Cinquecento lavora qui come pittore, scultore e architetto, progettando cappelle, modellando statue e dipingendo cicli affrescati che definiscono lo stile del complesso.
Le sue scene sono affollate, dinamiche, quasi rumorose: volti espressivi, gesti ampi, dettagli quotidiani che avvicinano il sacro alla vita di tutti i giorni. Lo spettatore non assiste da lontano, ma si trova di fronte a veri “quadri viventi”, con figure disposte come in una rappresentazione teatrale.
Per secoli però questo linguaggio diretto e popolare è stato giudicato con sufficienza. Nell’Ottocento, ad esempio, Charles Lock Eastlake, direttore della National Gallery di Londra, liquidò il complesso come una “assurda esposizione di statue dipinte”, paragonandolo in modo sprezzante al museo delle cere.
Solo nel Novecento, grazie anche al lavoro critico di Giovanni Testori, il Sacro Monte di Varallo è stato finalmente riletto come un unicum: un grande laboratorio di arte devozionale, capace di anticipare installazioni, percorsi immersivi e storytelling visivo. Oggi salire fino alle cappelle vuol dire entrare in un racconto in cui, da oltre cinquecento anni, l’arte continua a parlare alla gente comune.
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