Un viaggio tra lampi di luce, scorci vertiginosi e figure scolpite nell’ombra: il Tintoretto visto nel suo lato più teatrale.
L’occasione per tornare su Tintoretto arriva dalla mostra romana alle Scuderie del Quirinale, dove alcune delle sue tele più significative vengono esposte in un percorso che mette in luce tutta la forza di un artista fuori dagli schemi.

Jacopo Robusti, passato alla storia con il soprannome di Tintoretto, appartiene alla generazione successiva a Tiziano ma, per invenzione e ardore, finì presto per correre su un binario tutto suo.
La sua formazione non è legata soltanto alla tradizione della Laguna. Accanto al naturalismo veneto si ritrovano infatti echi profondi dell’arte tosco-romana, soprattutto Michelangelo e Raffaello. È qui che affonda la radice del suo stile energico, dominato da figure scolpite nel colore e da una rapidità di esecuzione che gli valse l’appellativo di “Furioso”.
Prospettive ribaltate e scorci vertiginosi
Una delle sue più grandi innovazioni è il modo in cui usa la prospettiva. Tintoretto gioca con punti di vista insoliti, costringendo l’osservatore a spostare continuamente l’occhio per ricostruire la scena. A volte lo sguardo arriva dall’alto verso il basso, altre volte si trova sul bordo del pavimento, trascinato dentro l’opera come se fosse parte del racconto.
È il caso dell’Ultima Cena nella chiesa di San Giorgio Maggiore. Il tavolo, disposto in diagonale, spinge lo sguardo verso il centro della composizione, dove Cristo è avvolto da un bagliore improvviso, quasi un lampo sacro che sovrasta la luce naturale del lucernario. Il risultato è un’atmosfera teatrale, sospesa, che anticipa in pieno lo spirito del futuro Barocco.
Luce, movimento e teatralità
La luce è un altro dei suoi strumenti preferiti. In tele come il Miracolo dello Schiavo la scena si accende improvvisamente quando San Marco piomba dall’alto per salvare il condannato: la figura del santo è vista da dietro, in uno scorcio tanto audace da sembrare una sequenza cinematografica. Tutto attorno la folla si muove come in un’onda, costruita con un ritmo visivo quasi coreografico.
Lo stesso principio torna nel Ritrovamento del corpo di San Marco, un’opera costruita su più momenti mostrati simultaneamente. Una scelta che rimanda alla libertà narrativa medievale, ma che Tintoretto rilegge attraverso la sua personale grammatica di tagli prospettici, spazi profondi e lampi di luce.
Susanna e i vecchioni: virtù, sguardi e desiderio
Tra le sue tele più celebri c’è poi Susanna e i vecchioni, tratta dal Libro di Daniele. È un episodio molto amato dagli artisti di ogni epoca perché permette di far convivere il nudo e il tema morale, ma Tintoretto ne fa un piccolo manifesto della propria poetica. Susanna è ritratta in un giardino sereno, illuminata da una luce morbida che ne scolpisce il corpo con naturale eleganza.
Alle spalle della siepe compaiono i due vecchioni che la spiano, inseriti dentro uno dei tipici scorci obliqui del pittore. Il risultato è una scena doppia: da un lato la purezza e la grazia della giovane donna, dall’altro l’ombra del desiderio, della menzogna e della condanna ingiusta che incombe.
Questo equilibrio tra bellezza, tensione e costruzione teatrale è uno degli aspetti che rendono Jacopo Robusti un artista irripetibile. Seguendo la scia del Rinascimento ma già teso verso una sensibilità più drammatica, il Tintoretto sembra anticipare ciò che il Seicento tradurrà poi in piena estetica barocca.





