Quattro refettori, quattro Ultime Cene: luci, sguardi e silenzi del Rinascimento fiorentino in un percorso che parla ancora oggi agli occhi e alla memoria
Firenze custodisce tesori che non finiscono mai e alcuni sono così silenziosi da sfuggire perfino agli occhi più attenti. Tra questi, le sale che narrano l’Ultima Cena attraverso gli affreschi dei grandi maestri rinascimentali. Quattro luoghi, quattro modi diversi di raccontare lo stesso momento: il Cenacolo di Fuligno, quello di Ognissanti, il Cenacolo di San Salvi e quello di Sant’Apollonia.

Nel convento delle terziarie francescane di Angela da Foligno, il Perugino costruisce una scena tranquilla, nitida, quasi sospesa. Cristo siede al centro, Giovanni gli si accosta come un figlio in cerca di risposta, mentre Giuda è spostato sul lato opposto della tavola, isolato come uno scolaro davanti alla commissione.
Nella mano stringe il sacchetto dei trenta denari, mostrato allo spettatore con un gesto rapido, quasi clandestino. Nel refettorio, un tempo, questa immagine accompagnava ogni pasto: la comunità mangiava in silenzio mentre qualcuno leggeva le Scritture, e l’affresco diventava una meditazione quotidiana.
Ognissanti: il Ghirlandaio e la grazia della natura
Il Ghirlandaio segue lo schema tradizionale, ma gli basta poco per trasformare la scena. Lo sfondo si apre su giardini, alberi, piante dipinte con una cura quasi botanica. Gli apostoli non sono più figure ferme: discutono, si agitano, reagiscono con espressioni diverse.
Quella teatralità raffinata che raggiungerà il culmine nel Cenacolo di Leonardo qui si intravede già, come un primo passo verso qualcosa di più grande.
Nel refettorio di San Salvi, Andrea del Sarto rompe gli equilibri. La scena è animata, quasi rumorosa: alcuni apostoli si alzano, altri indicano Cristo, qualcuno si sporge incredulo dopo l’annuncio del tradimento.
Giuda non è più al centro ma spostato verso un lato, separato dal gruppo. Tutto sembra vibrare, come se l’affresco fosse stato dipinto un attimo dopo l’esplosione dell’annuncio.
Sant’Apollonia: Andrea del Castagno e la potenza scultorea delle forme
L’itinerario si chiude con il Cenacolo di Sant’Apollonia, dove Andrea del Castagno mette in scena figure monumentali, modellate da pieghe profonde e luce netta.
La scena è inserita in un’architettura che sembra uscita da un tempio romano: marmi, cornici, un tetto di tegole rosse. Sulle panche, due sfingi scolpite osservano in silenzio. La tovaglia, bianca come una lama di luce, guida lo sguardo lungo la tavola. E ancora una volta Giuda è isolato, il profilo duro, quasi demoniaco.
In questi quattro cenacoli non c’è solo devozione: c’è il Rinascimento che sperimenta, che mette in scena il sacro con gli strumenti del teatro, dell’architettura e della pittura. Un viaggio breve, ma capace di raccontare quattro modi diversi di immaginare la stessa storia.





